C’è un momento, nella storia di ogni vicenda che si trascina per decenni, in cui una sentenza smette di essere un semplice atto giudiziario e diventa uno spartiacque. Per Taranto, quel momento è arrivato l’11 settembre 2026, quando la Corte d’Appello di Milano ha respinto la richiesta di sospensiva presentata da Ilva e Acciaierie d’Italia, confermando che l’area a caldo dello stabilimento dovrà fermarsi entro il 28 ottobre. Non è la fine della vicenda ex Ilva ma, semmai, l’inizio della fase più delicata: quella in cui si decide cosa resterà a Taranto di sessant’anni di siderurgia pesante.
Una storia che pesa più di una sentenza
Per capire la portata di questa decisione bisogna guardare indietro. Da quando lo stabilimento siderurgico è entrato in funzione, negli anni Sessanta, Taranto ha pagato un prezzo sanitario che la letteratura scientifica ha documentato con una costanza quasi ossessiva. Già negli anni Novanta gli studi dell’Organizzazione Mondiale della Sanità segnalavano un eccesso di mortalità generale e per tumori nella popolazione del capoluogo jonico. Lo studio Sentieri dell’Istituto Superiore di Sanità, aggiornato più volte nel corso degli anni duemila e duemiladieci, ha confermato un eccesso di mortalità per tumore al polmone, mesotelioma della pleura e malattie respiratorie, oltre a un incremento significativo della mortalità per patologie tumorali nella popolazione tra 0 e 14 anni – un dato che, più di ogni altro, ha reso la vicenda di Taranto un caso di scuola nel dibattito nazionale su ambiente e salute. Nel quartiere Tamburi, il più prossimo agli impianti, il tasso di mortalità è risultato costantemente più alto rispetto al resto della città.
È in questo contesto che va letta la sentenza di ieri e in particolare il passaggio con cui i giudici hanno richiamato l’articolo 41 della Costituzione, riformato nel 2022, secondo cui l’iniziativa economica privata “non può svolgersi in modo da recare danno alla salute, all’ambiente”. Un principio che, per la prima volta con questa nettezza, i giudici hanno fatto pesare più delle ragioni produttive e occupazionali di uno degli stabilimenti industriali più grandi d’Europa.
Cosa cambia, concretamente, da qui a fine ottobre
Con la chiusura dell’area a caldo – altiforni, cokeria, acciaieria a colata continua – Taranto smette, di fatto, di produrre acciaio dalla materia prima. Restano in piedi le aree a freddo, i laminatoi, dove l’acciaio già prodotto viene lavorato, zincato, rifinito: attività che potrebbero proseguire alimentate da bramme importate da altri stabilimenti italiani o esteri, come già ipotizzato dalle cordate industriali in campo (Federacciai da un lato, l’indiana Jindal Steel dall’altro).
Una prospettiva che cambia radicalmente la natura industriale del sito: da polo di produzione integrale dell’acciaio a semplice stabilimento di trasformazione.
Le conseguenze occupazionali sono già evidenti. Le 2.500 lettere di licenziamento inviate dalle aziende dell’indotto il 4 settembre scorso, sospese in attesa della sentenza, tornano ora pienamente operative. A questi si aggiungono i circa 5.000 lavoratori impiegati direttamente nell’area a caldo, il cui destino resta legato alle scelte industriali dei prossimi mesi. Il presidente dell’associazione dell’indotto, Nicola Convertino, aveva parlato di “un atto estremo e doloroso”, imputando la situazione a “una totale assenza di ragionevole programmazione”. È un giudizio severo ma difficile da liquidare come mera excusatio: la scadenza di fine ottobre è arrivata dopo anni in cui la questione ambientale e quella industriale sono state trattate come binari separati, quasi mai in dialogo tra loro.
Le prospettive ambientali: un’occasione, non solo un vincolo
C’è un modo di leggere questa sentenza che va oltre la sola conta dei posti di lavoro a rischio. La fermata dell’area a caldo apre, per la prima volta in sessant’anni, la possibilità concreta di una bonifica su larga scala di un territorio che porta ancora le cicatrici di decenni di emissioni industriali. Non è un dettaglio da poco: gli studi sul danno sanitario avevano stimato il costo ambientale e sanitario dello stabilimento tra i 283 e i 463 milioni di euro l’anno. Se gestita con serietà, la transizione potrebbe restituire a Taranto un rapporto diverso con il proprio territorio – il mare, i quartieri prossimi agli impianti, l’aria che si respira – che per due generazioni è stato sacrificato sull’altare della produzione.
Ma un’occasione ambientale resta tale solo se accompagnata da risorse certe e da una regia credibile. Ed è qui che si apre la domanda più scomoda, quella che la politica – locale e nazionale – fatica ancora a mettere nero su bianco: chi paga la bonifica e con quali garanzie?
Chi deve fare cosa, adesso
Al netto delle inevitabili polemiche tra schieramenti, che raramente hanno prodotto soluzioni concrete per Taranto in questi anni, ci sono responsabilità che vanno assegnate con chiarezza.
Il Governo nazionale ha il compito più immediato e ineludibile: presentare un piano industriale credibile per il sito – che comprenda bonifica, ammortizzatori sociali strutturali e non emergenziali, e un quadro chiaro sulle trattative con le cordate industriali interessate (Federacciai da una parte, Jindal dall’altra) – senza continuare a rincorrere le scadenze giudiziarie con soluzioni tampone.
La Regione Puglia ha già mostrato, con lo stanziamento di 5 milioni di euro per la formazione dei lavoratori in cassa integrazione dell’area tarantina, di voler intervenire sul fronte della riqualificazione professionale. È una direzione giusta ma da sola non basta: servirà una capacità di coordinamento con gli enti locali per costruire alternative economiche reali al monopolio industriale della siderurgia, dalla blue economy al turismo sostenibile già indicati come settori target nei bandi regionali.
Le aziende dell’indotto e i potenziali acquirenti dello stabilimento hanno la responsabilità di presentare piani industriali verificabili, non solo manifestazioni d’interesse. La distinzione tra “vogliamo la parte a freddo, non vogliamo sapere nulla degli altiforni”, dichiarata dal presidente di Federacciai Antonio Gozzi, è comprensibile dal punto di vista industriale ma scarica sulla collettività il nodo più difficile: cosa fare delle aree e degli impianti dell’area a caldo, e di chi ci lavora.
I sindacati dovranno vigilare perché la tutela dei lavoratori non si trasformi nell’ennesima gestione emergenziale fatta di proroghe di cassa integrazione senza un orizzonte chiaro.
I cittadini di Taranto, infine, attraverso le associazioni che in questi anni hanno tenuto viva la battaglia giudiziaria e civile – a partire da chi ha promosso il procedimento che ha portato alla sentenza di ieri – hanno il diritto di pretendere che questa fase di transizione non si risolva, come già accaduto in passato, in un compromesso al ribasso tra salute e lavoro. Sono due diritti che, a Taranto, non dovrebbero mai essere stati messi in competizione tra loro. Il fatto che lo siano stati, per sessant’anni, è forse la vera responsabilità collettiva di cui questo territorio – e il Paese intero – dovrebbe farsi carico.

